Collettivo Exarchia


Piegarsi vuol dire mentire

Dal ventre dell'università-azienda

Riproduciamo qui un nostro articolo pubblicato per Germinal (giornale anarchico e libertario di Trieste, Friuli, Isontino, Veneto, Slovenia) di presentazione della nostra inchiesta "Precarietà Nova. Racconti di quotidiano sfruttamento tra università e lavoro", di prossima pubblicazione.

"Dal ventre dell'università-azienda. Un'inchiesta del Collettivo Exarchia"

"Siamo un collettivo anarchico di giovani studenti e precari attivo a Bologna. L’idea di realizzare un’inchiesta, i cui risultati presentiamo qui brevemente, sul sistema universitario e le sue connessioni col più ampio sistema gerarchico fatto di disoccupazione, precarietà e sfruttamento nel quale siamo costretti a vivere, nasce da motivi diversi e complementari. Innanzitutto, abbiamo ritenuto importante partire da noi stessi, dal “chi siamo”, quindi dal nostro vissuto. Siamo militanti politici, ma allo stesso tempo siamo studenti, ex-studenti, lavoratori precari, con tutto ciò che ne consegue in termini di esperienze di vita e condizioni materiali. Sembrerà forse banale, ma riconoscerci entro una determinata comunità di sfruttati e capire che da qui bisognava partire, è stato per noi un punto di partenza obbligato ma per niente scontato. La spinta decisiva è tuttavia venuta dall’esterno, più precisamente in seguito ad alcune discussioni avute con amici e simpatizzanti, più o meno estranei ai “giri militanti” intesi in senso stretto, riguardo il ruolo e l’azione dei collettivi in ambito universitario, una sorta di “analisi della fase” che avesse lo scopo di evidenziare carenze e problematiche dei gruppi politici. Se dovessimo riportarne qui una breve sintesi, necessariamente riduttiva, si potrebbe riassumere in un punto fondamentale che riprendiamo dall’introduzione dell’inchiesta: “nei collettivi è diffusa l’abitudine di spendere tempo e parole in temi che, per quanto condivisibili teoricamente, sono poco incentrati sui bisogni reali delle persone perché spesso riguardano altri tempi, altri luoghi, oppure concezioni che i più percepiscono come astratte. Ad esempio, le questioni relative al lavoro e alla vita cittadina sono sentite come ambiti che la politica antagonista attualmente non riesce a cavalcare”, considerazioni quindi che riguardavano in primis “l’indice di “concretezza” e presa sul reale che i movimenti dal basso esprimono”.

Abbiamo quindi deciso di fornire una prima risposta attraverso lo strumento dell’inchiesta, col duplice fine di ricavarne una rappresentazione fedele alla realtà che ci fornisse poi la base sulla quale costruire un discorso e una strategia di azione organici fra loro. Per fare questo abbiamo intervistato nel corso di diversi mesi studenti, tirocinanti, dottorandi, ex-studenti, lavoratori più o meno precari. L’obiettivo era indagare le condizioni materiali ed esistenziali di queste persone tanto quanto la percezione che esse hanno dei processi di precarizzazione che vivono sulla propria pelle, dando spazio alla voce dei diretti interessati. Abbiamo intervistato persone diverse non solo per il posto che occupano o che hanno occupato all’interno del sistema universitario, ma diverse anche per genere, classe, provenienza, percorso di studi, età, utilizzando cioè una lente di analisi intersezionale, pensando fosse il mezzo più idoneo a restituirci la complessità delle relazioni di potere di cui sono intrisi l’attuale sistema gerarchico e le istituzioni autoritarie che ne permettono il funzionamento.

Come era logico aspettarsi, il quadro che ne è emerso è quello di un sistema universitario sempre più in linea con le manifestazioni più rapaci del capitalismo neoliberista contemporaneo. Nell’ambito della formazione, i riflessi di questa tendenza sono percepibili, e vengono di fatto percepiti dagli intervistati, in una pressoché totale mancanza di libertà nell’autodeterminazione del proprio percorso formativo, nella scelta se fare o meno l’università e seguendo quale indirizzo. Rimane emblematica l’affermazione di un ragazzo intervistato: “è come se fosse un pacchetto che tu compri quando hai 14 anni e consumi strada facendo”. Fin dall’inizio perciò “il percorso è segnato”, con l’obiettivo di sfornare, per quantità e qualità, le figure professionali (ma anche i disoccupati e precari) che le esigenze del mercato impongono.

Questa forte comunanza di interessi tra stato, capitale e università ha subito un’accelerazione specialmente negli ultimi vent’anni. Dalla riforma Berlinguer (2000), che ha introdotto il criterio dei CFU (Crediti Formativi Universitari) come sistema di calcolo del carico di studio, formalizzando la riduzione del sapere a una merce da accumulare e spendere nel mercato del lavoro, alla riforma Gelmini del 2008, che ha definitivamente fatto sfondare il settore privato all’interno dell’università, orientando la ricerca verso l’unico fine utile del procacciamento di investimenti economici. “La paura che l’università diventi sempre più privata”, espressa da più studenti, è non solo fondata, ma si tratta di un processo già in corso da molto. L’istituzione dell’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca), è solo uno degli ennesimi meccanismi messi in atto in questo senso. Esso delinea un nuovo sistema di valutazione e distribuzione dei fondi pubblici agli atenei volto a ratificare le attuali disparità di risorse finanziarie, legittimandosi attraverso la retorica del “merito” e dell’“efficienza”. Termini come “scuola-azienda” o “università-azienda” denunciano quindi come questi luoghi formativi assomiglino sempre più, a livello organizzativo e operativo, a dei Consigli di Amministrazione d’azienda.

Università-azienda significa anche che diventa sempre più difficile distinguere il confine fra lavoro salariato, lavoro gratuito e formazione. La maggior parte degli intervistati rientra infatti a diverso titolo nella categoria dello studente-lavoratore. Dal tirocinio, considerato come “periodo di formazione” ma che nasconde forme di lavoro sottopagato o non pagato e senza alcun tipo di diritto, al dottorato senza borsa, lavoro cognitivo che produce ricchezza di cui l’università si appropria senza dare in cambio alcun compenso, passando per le molteplici forme di sfruttamento più o meno velato attraverso le quali l’università rimpiazza il lavoro salariato dei propri dipendenti con il lavoro saltuario degli studenti (vedi ad esempio la “collaborazione part-time” delle 150 ore), il modello è uno solo: “intensificare lo sfruttamento nel mondo della formazione ad ogni livello”.

Quando si passa al tema del diritto allo studio, la simbiosi tra università e capitale si traduce direttamente in un’università sempre più di classe. “Le alte tasse universitarie, lo strozzinaggio del sistema degli affitti, gli insufficienti servizi sociali messi in campo dall’università, le politiche dei trasporti (o meglio l’assenza di politiche dei trasporti), i costi per libri, dispense, cibo e sostentamento sono tutti mezzi attraverso i quali l’università effettua una selezione” classista e più in generale funzionale al mantenimento delle gerarchie sociali. E mentre la gran maggior parte degli intervistati ha beneficiato di agevolazioni economiche e borse di studio, ritenendoli fondamentali per avvicinarsi a quella uguaglianza di possibilità che dovrebbe costituire un elemento imprescindibile per poter parlare di un’università accessibile, la Regione Emilia-Romagna comunica che quest’anno per la prima volta non verranno garantite tutte le borse di studio disponibili degli aventi diritto.

L’offensiva lanciata nei confronti dell’università da parte del capitalismo neoliberista, realizzatasi nei confronti di quegli aspetti che ancora potevano permetterci di definirla “pubblica”, è stata resa possibile anche grazie a una serie di meccanismi ideologici che hanno lo scopo “di “razionalizzare” e giustificare certe situazioni di sfruttamento agli occhi di chi si trova a viverle. Si realizza in questo modo una situazione per la quale le persone contribuiscono “attivamente” a rendere possibile la propria condizione di subordinazione nei confronti dei superiori di turno, che si tratti di professori autoritari, avidi datori di lavoro o più semplicemente un’indistinta burocrazia istituzionale”.

La logica della meritocrazia, ad esempio, ha un ruolo devastante nel ridurre a una dimensione puramente personale problemi che sono invece sociali e quindi collettivamente risolvibili, come è emerso dal dialogo con molti intervistati, che sembrano avere in buona parte interiorizzato il concetto. Il mito “dell’imprenditore di sé stesso”, che attraverso il suo unico talento dimostra che la mobilità sociale è possibile e che i gradini più alti della piramide sono raggiungibili, è elevato al pari di una divinità nell’attuale mondo della formazione. Ma è chiaro che quando sono le classi dominanti a decidere chi è meritevole e chi non lo è, e quando il “successo” di pochi si regge sull’asservimento dei molti, la supposta eguaglianza tra meritocrazia e giustizia perde qualsiasi credibilità, e si rivela per quello che è: dominio di classe.

Individualizzare una condizione di subordinazione, cioè farla ricadere sulle colpe del singolo anziché del sistema sociale nel quale è inserito, significa impedire che certe istanze di lotta e rivendicazione possano trovare terreno fertile, poiché è la stessa azione collettiva a diventare sempre più difficile. La gestione degli spazi universitari, finalizzata al consumo e alla riproduzione della “vita produttiva” dello studente, concorre ugualmente a questo fine. Da più intervistati è stata segnalata l’assenza di spazi di socializzazione e l’effetto deleterio che questo ha nel produrre soggetti apatici ed obbedienti. E come qualcuno fa notare, dove questi spazi esistono non è certo per merito delle gerarchie accademiche, ma grazie all’impegno di collettivi e realtà di base che si mobilitano all’interno dell’università per creare aggregazione.

L’ultimo capitolo dell’inchiesta si pone infine l’obiettivo di delineare, attraverso i risultati dell’inchiesta stessa e con l’aiuto di alcuni esempi di lotte più o meno recenti in ambiente universitario, alcuni spunti per una strategia di organizzazione. Dal Cile, al Canada, alla Francia, nell’ultimo decennio l’università si è rivelata in tutto il mondo un punto caldo per la rivolta e l’opposizione allo stato e al capitalismo. I movimenti che hanno avuto più successo, in termini sia di vittorie ottenute nei confronti della controparte che di radicamento all’interno dell’università e di ingrossamento delle file dei ribelli, lo hanno fatto quando sono riusciti ad ottenere risultati su più fronti, e più precisamente: quando hanno eliminato in parte la divisione che esiste tra mondo universitario e società esterne, creando ad esempio reti di supporto e solidarietà con realtà di lavoratori o assemblee di quartiere; quando organismi di base e autonomi come le assemblee di facoltà e di istituto si sono federate in organizzazione libere e decentralizzate, che hanno potuto esprimere al meglio tutte le potenzialità e la complessità di un movimento, in opposizione alle varie tendenze accentratrici rappresentate da collettivi e sindacati studenteschi autoritari; quando hanno saputo tenere alto durante le varie lotte la capacità del movimento di connettere le specifiche vertenze studentesche con alcuni problemi sociali più ampi (questioni lavorative o ambientali); quando hanno saputo rifiutare la logica della rappresentanze e hanno agito attraverso l’azione diretta.

Per noi questo lavoro di inchiesta, che è stato compiuto parallelamente alla stesura del Manifesto del collettivo, è stato utile per diversi motivi cui già abbiamo accennato nel corso dell’articolo. Speriamo possa costituire anche per gli altri uno spunto per la discussione, un bersaglio per la critica, un aiuto per l’organizzazione. In ogni caso, ci piace pensare che sia un piccolo tassello verso il mondo di liberi e uguali per il quale tutti insieme lottiamo ogni giorno.

Non viviamo più come schiavi/e!"

Written by Exarchia on Friday April 27, 2018
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